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La posizione di primo piano occupata da Giulio Alberoni come cardinale e diplomatico esigeva un’esibizione di fasto anche nell’abitare: oltre a due residenze a Roma e un’altra di prestigio presso la Cattedrale di Piacenza, si era riservato un appartamento di tre stanze e cappella anche presso il Collegio.
Nell’anticamera dell’appartamento è esposto il Ritratto più noto di Giulio Alberoni, eseguito da Giovanni Maria delle Piane, il Mulinaretto, fra il 1732 e il 1734, che fu probabilmente commissionato per fissare sulla tela il momento dell’inizio della costruzione del Collegio, opera ultima del cardinale. Il dipinto è un vero caposaldo dell’iconografia alberoniana poiché da esso vennero tratte numerose copie ed incisioni contribuendo a fissare nell’immaginario collettivo la fisionomia dell’Alberoni.
Nel primo ambiente dell’appartamento si individua subito la grande pendola laccata, opera dell’orologiaio londinese George Clark, risalente al 1730 circa. La colonna centrale, un tempo laccata in blu, mostra i classici elementi del repertorio delle cineserie: l’albero del ginko, la pesca con il bilancere, la fanciulla con l’ombrellino in carta di riso e la peonia. Si ritiene che il cardinale l’abbia avuta in dono da Maria Clementina Sobieski, moglie di Giacomo III Stuart, pretendente cattolico al trono inglese, con cui l’Alberoni strinse amicizia a Roma.
Ai lati della pendola spiccano due pendants di Luca Giordano, San Giuseppe in contemplazione del Bambino e Sant’Anna che insegna a leggere a Maria Bambina, realizzate nel 1690 circa, opere pienamente barocche che si distinguono per la luce dorata che le pervade ed il tratto vigoroso tipico della fase tarda del pittore napoletano.
Vi è poi un Ritratto di Papa Clemente IX Rospigliosi eseguito da Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio, nella seconda metà del XVII secolo. Di questo ritratto il Baciccio eseguì varie versioni: quella della collezione Alberoni appare fra le più felici per il brillante impasto cromatico e l’intensità dell’espressione psicologica.
A un pittore veronese della seconda metà del XVI secolo è attribuito un olio su tela a monocromo, ripresa di una celebre acquaforte del Parmigianino, riproducente La deposizione di Cristo nel sepolcro; Il riposo dalla fuga in Egitto e un piccolo San Girolamo in meditazione attribuito ad un pittore emiliano del XVI secolo completano la serie dei dipinti di soggetto sacro.
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